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Cristiano Cremonini come Don Fefè in Divorzio all'italiana

Operaclick – Recensione “Divorzio all’italiana” di Silvano Capecchi 24 giugno 2013

Operaclick – Recensione “Divorzio all’italiana” di Silvano Capecchi

GIORGIO BATTISTELLI
Bologna: Teatro Comunale – Divorzio all’italiana

Dopo decenni di ricerca e sperimentazione, importanti certo, ma che avevano contribuito ad allontanare l’interesse nei confronti della musica classica contemporanea da parte di una platea che non fosse di specialisti del settore, si nota da alcuni lustri una inversione di tendenza, soprattutto in campo operistico, volta a recuperare l’attenzione di un certo pubblico; in alcuni casi con la scelta di soggetti di derivazione letteraria o cinematografica, in altri con, in aggiunta, una scrittura che rinnega in parte l’atonalità per rifarsi alla tradizione operistica classica. Certo non erano mancati esempi del genere anche dal secondo dopoguerra in poi, ma erano in genere visti o con sospetto o con degnazione.

Giorgio Battistelli non è nuovo alla scelta di soggetti di origine, in tutto o in parte, cinematografica come base dei propri lavori teatrali. Ricordiamo infatti: Teorema (prima rappresentazione: Firenze 1992), Prova d’Orchestra (Strasburgo 1995), Il Fiore delle Mille e una Notte (Ferrara 1999), Miracolo a Milano (Reggio Emilia 2007).
Divorzio all’Italiana (sottotitolo: Azione Musicale per il Crepuscolo della Famiglia) nasce a Nancy il 30 settembre 2008 con buon successo di critica e di pubblico e viene ripreso quest’anno nella stagione lirica del Teatro Comunale di Bologna in prima italiana. La scrittura rimane atonale ma le dissonanze non sono così crude da poter disturbare un uditorio tutto sommato abbastanza tradizionalista. Il compositore stesso ha curato la stesura del libretto “libero adattamento da Pietro Germi, Alfredo Giannetti, Ennio De Concini“, sostanzialmente fedele alla trama del film (uno dei capisaldi della commedia all’italiana), con qualche differenza.

L’opera si articola in 23 scene e sono state espunte alcune figure secondarie (Agnese, la sorella di Fefè, il di lei fidanzato, il prete che nell’omelia invita a votare per un partito che sia “democratico e cristiano”, la figura della uxoricida che ispira al protagonista il modo per liberarsi della moglie e quella del suo avvocato dalle arringhe strappacore). Quest’ultime figure sono però evocate nei video che riportano la cronaca dei fatti mentre Don Ferraù li sta leggendo.

Germi aveva scritto una commedia sarcastica e feroce nei confronti di una società che si avvaleva grazie al famigerato articolo 587 (Codice Penale Rocco 1930) della facoltà di potersi disfare del coniuge (ma anche di altri familiari e dei relativi “complici”) dietro una modesta pena in nome del cosiddetto codice d’onore. Oggi che tale articolo è stato abrogato (dal 1981) rimane tutto l’orrore per questa mostruosità legislativa, ma il tutto non può che essere visto con più distacco rispetto all’anno di nascita del film. Infatti Battistelli prosciuga la vicenda e sembra guardarla a distanza. A questo contribuiscono le sospensioni dell’azione, le onomatopee (non dimentiche della lezione di Berio) che si susseguono e si intersecano.Inoltre le figure femminili sono interpretate da bassi e baritoni, con l’eccezione di Angela, la giovane cugina, che è un soprano piuttosto acuto che in alto tocca il re 5.

Battistelli spiega questa scelta col fatto che “le donne sono in realtà quelle che sostengono la famiglia, sono loro i veri uomini. Da qui l’idea di marcare queste caratteristiche sociali e culturali attraverso l’assegnazione a voci maschili dei ruoli femminili…”. Se però poi si aggiunge anche che Carmelo, il pittore amante di Rosalia, è affidato ad un controtenore, la tentazione di pensare che ci voglia stupire con un “famolo strano” è dietro l’angolo.

Le cose più convincenti vengono dall’orchestrazione ricca di colori, dai brani corali e dai pezzi d’insieme. Tra questi ultimi particolarmente riuscita mi è sembrata la scena XVII nella bottega del Barbiere, dove la condanna della comunità nei confronti di Fefè, che non solo è cornuto ma non dà segno di far nulla per lavare l’onta (insomma viene reclamato il delitto d’onore) si concretizza prima nei suoni onomatopeici di scherno e imbarazzo di Don Ciccio, del Dottor Talamone e di Felicetto che si rincorrono e si moltiplicano; poi la parola passa al coro con “apprezzamenti” espliciti, seguiti di nuovo da sussurri a più voci. Meno interessante l’uso delle varie vocalità, confinate spesso e volentieri in un declamato che dopo un po’ genera noia.

Lo spettacolo bolognese metteva in campo forze complessivamente adeguate per valorizzare l’opera.Si giovava innanzitutto della bella scena unica di
scoperta influenza dechirichiana, firmata (come puregli azzeccatissimi costumi) da Richard Hudson.
Ottima la regia di David Pountney (ripresa da Martina Frank).

Curatissima la recitazione dei solisti e del coro, sotto le splendide luci di Fabrice Kebour.

Cristiano Cremonini, dalla voce chiara di tenore lirico-leggero e dalla dizione chiarissima, ha il pregio di non cercare minimamente di scimmiottare Mastroianni e di creare allo stesso tempo una figura credibile.

Mi aspettavo di più, ben conoscendo le rilevanti qualità istrioniche di Alfonso Antoniozzi dalla sua Rosalia, che però non mi pare il personaggio meglio servito dall’autore. In debito di sensualità l’Angela di Sonia Visentin che si destreggia nella non facile scrittura del ruolo con qualche asprezza di troppo. Buono, ma eccessivamente giovanile, il Don Gaetano di Gabriele Ribis e molto efficace (nonostante la regia lo spinga ad effetti fin troppo parodistici) Marco Bussi (Donna Matilde). Passabile Daichi Fujiki come straniato Carmelo, ben centrato Nicolò Ceriani (Don Calogero) e corretto Alessandro Spina (Donna Fifidda). Strepitosa la breve apparizione di Immacolata Patanè; merito dell’interprete (Alessandro Busi) e della regia che la trasforma in una sorta di spietato capo-mafia al femminile. Di rilievo anche gli interventi di Maurizio Leoni (Felicetto), Fabrizio Beggi (Dottor Talamone) e Carlo Morini (Don Ciccio).

Molto bene orchestra e coro sotto l’attenta e competente guida di Daniel Kawka che aveva diretto l’opera già nelle recite francesi.
Successo cordiale da parte di un pubblico che riempiva a metà la sala del Bibbiena.

Silvano Capecchi

Potete leggere la recensione anche dal sito OperaClick cliccando il seguente Link : http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/bologna-teatro-comunale-divorzio-allitaliana

Potete scaricare la recensione di OperaClick in formato PDF: OperaClick Recensione Divorzio all’italiana

ccremonini

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